… sull’ arroganza

Uno degli ostacoli principali nel conseguire l’Illuminazione è l’arroganza: un senso di orgoglio che ci fa sentire molto importanti.

Le avversità tendono a sgonfiare  questo atteggiamento pomposo, conferendo maggiore umiltà alla nostra pratica. Spesso i tibetani paragonano l’arroganza alla terra che si trova in cima agli alti picchi della montagna, uno strato così fine dove non può crescerci nulla.

Ma quando il suolo della cima scivola, scivola giù nella valle,  diventa una fertile base per il raccolto.

Così analogamente, è nella valle dell’umiltà che crescono le qualità dell’Illuminazione, non sui nudi picchi dell’arroganza.

IL SIGNIFICATO DELLA MALATTIA DAL PUNTO DI VISTA DELLO YOGA

Anche gli insegnanti di yoga si ammalano? Ebbene sì, siamo TUTTI esseri mortali e assolutamente normali, e ci ammaliamo più o meno gravemente come tutti quanti. Questo allora significa che anche lo yoga non funziona come dovrebbe, così come qualcuno chiede provocatoriamente?

Yoga non è altro che l’unione di corpo, mente e spirito. Praticare yoga più e più volte a settimana per 25 lunghi anni, non ti rende automaticamente immortale o un “Unto dal Signore”!!!  La malattia  diventa una grande sfida e un processo di guarigione anche e soprattutto per l’ego di un insegnante o di un abile e veterano praticante, che umilmente deve riallinearsi e accettare di avere ancora molta strada e cammino evolutivo da compiere su questo piano di esistenza, proprio come ogni altro essere vivente che viaggia ancora qui in nostra compagnia.

Il nostro corpo si manifesta attraverso la malattia per portare la nostra attenzione a ciò che stiamo vivendo e che dobbiamo cambiare, a ciò che non va più bene o a ciò che dobbiamo accettare. ll termine  “malattia” deriva da mala-actio ossia mala-azione. Azione errata. Ciò che noi comunemente interpretiamo come il castigo di una “malattia”, in realtà non è altro che il tentativo perfetto e puntuale attraverso il quale il corpo cerca di parlarci per ritornare al suo innato equilibrio.

La pratica costante e duratura dello yoga  quindi anche se non sempre è in grado di preservarci da malattie e disagi fisici, porta però inevitabilmente a cambiare la nostra visione d’insieme della realtà, della vita e della morte, della salute e della malattia o dovrebbe quantomeno portarti a farlo.

Tutto ciò che esiste nell’Universo è armonico, dinamico, in continua evoluzione. La grande legge della vita è la legge del cambiamento. La malattia, qualunque essa sia, ci pone sempre davanti ad un bivio: continuare con la stessa modalità utilizzata fino a quel momento rimanendo nella malattia oppure fluire, cambiare e adattarsi per ritornare di nuovo in uno stato armonico. Imparare dall’acqua che prende la forma del nuovo contenitore, cambiando solo la forma ma non la sostanza. Abbandonare le resistenze e continuare a praticare con nuove modalità.

Il nostro equilibrio energetico viene regolarmente alterato da stili di vita errati e comportamenti alimentari scorretti. Le contratture e i blocchi energetici hanno luogo solo quando non stiamo amando noi stessi, gli altri o la nostra vita, quando sostituiamo il giudizio o il rifiuto all’accettazione; quando ci sovraccarichiamo troppo, quando subiamo perdite più o meno gravi, quando viviamo con forti attaccamenti, quando viviamo con continue forme pensiero negative, quando ci allontaniamo dalla condizione ‘naturale’ spesso a causa di esigenze di vita moderna. Ci si preoccupa, a giusta ragione,  di guarire velocemente ma dimentichiamo o non siamo interessati a comprendere veramente quali siano le cause che portano al nostro disagio.

Lo Yoga è una delle Vie possibili che ci insegna e ci abitua ad ascoltare i segnali del nostro corpo, capire cosa sta chiedendo, come ci sentiamo, come respiriamo,  imparando anche a ritrovare in noi la Vis medicatrix naturae (meccanismo in grado di attivare in noi stessi la forza di vera auto-guarigione), che in certi casi necessita di tempo per essere ristabilita, mentre in altri il percorso può essere  più semplice, in altri ancora consiste invece nell’accettare e apprezzare nuove modalità di essere.

Alla diagnosi della malattia vi sono due possibilità: agire sulla malattia rafforzandola o sulla persona, avviando la possibilità di guarigione. Tutto dipende da che parte ci schieriamo.  La fisica quantistica che ha molto  in comune con le millenarie scienze orientali sostiene che “Il ruolo importante lo svolge l’osservatore; l’osservatore cambia l’osservato, quindi, la realtà cambia a seconda della scelta che facciamo”. Ci concentriamo sulla malattia o sulla persona? Ecco che la malattia ne esce rafforzata se ci concentriamo su di essa, diversamente la malattia ne esce sconfitta se ci concentriamo sulla persona. E’ proprio l’effetto osservatore contemplato dalla nuova fisica ad insegnarci che il passaggio da possibile a probabile dipende da noi.

Non esiste mai un miglior o peggior modo di praticare un asana, davanti ai propri limiti fisici, ma solo il nostro  personale modo in questo preciso momento. Limitazioni, rigidità e incapacità sul tappetino ci mostrano semplicemente come stiamo vivendo il nostro presente o il nostro passato più recente. La malattia in sé non è un limite, non è la fine di qualcosa, non è un handicap ma un prezioso strumento e un percorso di consapevolezza verso il senso più alto e profondo della vita  e dell’individuo.

Claudia Boni – Samten Lhamo

Quale tipo di yoga?

Spesso mi viene chiesto: “Quale tipo di yoga stiamo praticando?”

Abbiamo sempre un gran bisogno di dare nomi, qualifiche, di confrontarci con amici che praticano altri tipi di yoga, di appartenere a gruppi definiti… e l’esperienza personale dove la mettiamo?

Buddha stesso esortava i  suoi discepoli a non fare qualcosa solo perchè lo diceva lui, ma di sperimentarlo in prima persone e solo se lo si trovava di beneficio allora era bene continuare per quella via, altrimenti erano liberi di scegliere altre strade e altri maestri.

Credo non sia così importante etichettare con un nome, quanto ascoltare l’esperienza che stiamo facendo, il risultato che otteniamo, non in una settimana, ma in mesi e anni di pratica.

Io provengo dall’hata yoga classico che praticavo a 25 anni, sono passata per la yogaterapia che ho incontrato svariati anni dopo, la meditazione buddhista, la Medicina Tradizionale Cinese e lo shiatsu e nel frattempo ho trasformato e variato la mia pratica più e più volte: durante le due gravidanze, e ancora più tardi  con la menopausa. Alcuni traumi e problemi fisici mi hanno costretto a modificare  talvolta ancora le modalità della mia pratica quotidiana e così oggi dopo più di 25 anni, quello che trasmetto non è altro che l’insieme delle mie esperienze.

Nella nostra cultura tendiamo a favorire sempre l’energia yang. Siamo continuamente spinti a raggiungere, accumulare, espandere, accelerare, produrre, acquisire e guadagnare. Tutto questo finisce per lasciarci squilibrati , impoveriti e stressati. A volte anche lo yoga praticato in occidente va in questa direzione.

Praticare yoga oggi per me significa rallentare, rispettare i propri limiti e ascoltare la saggezza del nostro corpo e  i feedback ricevuti, nutrire l’ energia yin  più femminile e riportare equilibrio attraverso posture tenute più a lungo prevalentemente a terra e con attenzione costante al proprio respiro. In questo modo  la muscolatura  si rilassa e le  contratture possono essere più facilmente  rilasciate, e tutto ciò  favorisce il raggiungimento di strati più profondi riequilibrando così il  tessuto connettivo,  i tendini, le ossa, le giunture e anche i nostri canali energetici (meridiani o nadi).

C’è chi per definire qualcosa di similare a questo  oggi dà il nome di Yin yoga, per me è solo l’insieme della mia esperienza personale che non intendo trasmettere come unica verità ma  come una delle tante vie percorribili dello yoga.

Om shanti

Claudia Boni

 

 

 

 

Dice Lao Tzu

“Gli esseri umani sono morbidi e flessibili.
quando nascono, duri e rigidi quando muoiono.
Gli alberi e le piante sono teneri e flessibili
quando sono in vita, secchi e rigidi quando sono morti …
La rigidità e la forza sono inferiori,
la flessibilità e la morbidezza superiori.”

….. e con lo Yoga si diventa morbidi e flessibili, nel corpo e nella mente!

Il gioco della vita

luceSe fossimo sempre immersi nella luce non ci renderemmo conto che cosa è la luce, così come se fossimo  solo e sempre zucchero non potremmo riconoscere il sapore dolce, o se fossimo sempre felici non potremmo sapere cosa è la felicità, se fossimo sempre sani non sapremmo cosa significa salute. Ci rendiamo conto di qualcosa solo quando, anche solo per un attimo, questa ci viene a mancare. Per questo non esiste luce senza buio, bene senza male, l’assoluto senza il relativo. Secondo i più grandi testi sapienziali orientali,  lo scopo della nostra vita è quello di distruggere il nostro senso di limitatezza per diventare consapevoli di essere allo stesso tempo limite e illimitato. Perchè il Divino non sarebbe consapevole del suo essere Infinito se non fosse nello stesso tempo anche finito. Ecco la ragione della sua creazione.

Ekadasi, come non mangiare cibo in certi giorni può portare salute e vitalità al corpo, e creare la situazione giusta per l’introspezione.

cropped-raja-yoga-meditation.jpgEkadasi, è l’11° giorno dopo la luna piena e L’11 ° giorno dopo la luna nuova. In media ogni 48 giorni ci sono tre Ekadashi, giorni energeticamente favorevoli per dedicarsi alla meditazione e ad ogni gioiosa attività spirituale. In alcune tradizioni dell’india si consiglia di sospendere in questi giorni ogni impegno, a parte le urgenze se possibile, di alleggerire la dieta, e prendersi del tempo per sé per nutrire lo spirito e il cuore, meditare e cantare.
Il motivo è che il pianeta si trova in un particolare stato energetico in quei giorni, quindi se manteniamo il nostro corpo leggero e disponibile, la nostra consapevolezza sarà favorita a portarsi verso l’interno. I giorni di Ekadasi sono inoltre giorni in cui liquidi e fluidi corporei tendono a raggiungere il loro massimo. Si ritiene che l’elevata presenza di acqua nel corpo stimoli in particolare i sensi e la sensibilità, che diventano più ricettivi, permettendo così di essere più aperti. Con lo stomaco pieno, e senza questa consapevolezza non si potrà notare la caratteristica di questi giorni speciali. Ecco perché è consigliato durante questi giorni osservare il digiuno o una dieta semplice e leggera, priva di cereali, legumi, carne o pesce, uova. Si trascorre quel giorno senza cibo – si cena il giorno precedente e di nuovo si cena il giorno di Ekadasi. (In alcune tradizioni è nel giorno seguente, chiamato dwadasi, che viene indicato un orario – per lo più di primo mattino – in cui ‘rompere’ la dieta del giorno precedente, il giorno di ‘rottura’ delle acque). Si può tranquillamente optare anche per una dieta a base di frutta, se il lavoro, l’attività fisica o altro non permettono il digiuno. L’astensione dal cibo non è fondamentale. Il punto è quello di trascorrere questi giorni facendo tutto in pura consapevolezza senza strafogarsi di cibo che appesantirebbe i nostri canali sottili.
La fisiologia umana si dice che passi attraverso un ciclo di circa 40 – 48 giorni, durante il quale ci sono tre giorni specifici, che possono essere diversi da persona a persona, nei quali il corpo non richiede cibo. Se si riuscisse a identificare autonomamente quei giorni nella propria vita e non dare cibo al corpo, in quanto non lo sta chiedendo, molti dei problemi di salute potrebbero essere risolti. Purtroppo la maggior parte degli esseri umani fatica ancora molto a diventarne consapevole, il consiglio è quindi di approfittare di questi giorni speciali adatti a tutti per digiunare o alleggerire i pasti, purificare il corpo, e connettersi con il proprio Spazio Sacro.
Il prossimo giorno di Ekadasi sarà il 5 gennaio per chi non l’ha fatto oggi!

Insegnamento di Guru Padmasambhava a Yeshe Tsogyal

Il Maestro replicò: Prima di tutto se manca l’accumulazione di meriti, non incontrerai il maestro che possiede le istruzioni orali.

Se manca la continuità karmica che deriva da un addestramento precedente, non comprenderai gi insegnamenti.

Se manca una fiducia ed una devozione speciale, fallirai nel percepire le virtù del Lama.

Se mancano impegno, disciplina e samaya, violerai le radici della pratica del Dharma.

Se non sarai guidata dalle istruzioni orali, non saprai come meditare.

Se manchi di diligenza e perseveranza, non entrerai nel sentiero della pratica e le tue virtù cadranno preda della pigrizia.

Se la tua mente non rinuncia sinceramente agli scopi samsarici, non raggiungerai la perfezione nella pratica del Dharma.

Se tutti questi fattori coincidono ci sarà successo nella pratica del Dharma.

La realizzazione nell’Insuperabile Illuminazione, dipende dalla coincidenza di molte cause e condizioni, così sii diligente.

In breve per abbandonare ciò che dovrebbe essere abbandonato e realizzare ciò che dovrebbe essere realizzato,

non lasciare il tuo corpo, parola e mente nel modo ordinario,

ma addestrati ed il risultato sarà eccellente! Tienilo in mente!

Come ci relazioniamo con gli altri è parte integrante della pratica

Patanjali afferma: «La mente si rischiara coltivando atteggiamenti di amicizia, compassione, gioia nei confronti di chi è felice, di chi soffre, di chi è virtuoso e attitudini di distacco verso chi vive nel vizio»

Offrire amicizia e amore a chi è felice è una cosa naturale, ma se osserviamo i nostri sentimenti di compassione nei confronti delle persone quando la vita riserva loro momenti difficili o di vera gioia verso chi è molto più fortunato di noi, scopriremmo che a volte possiamo provare fastidio nell’ascoltare i continui problemi degli altri o proviamo gelosia e invidia nei confronti di chi è più fortunato di noi.

Patanjali invita a esprimere apertura di cuore nei riguardi di chi è virtuoso e distacco verso chi vive nel vizio. Per noi indifferenza è il rifiuto di mostrare disapprovazione o sdegno, ma Patanjali dà a questo concetto un’altra accezione: ci invita a distaccarci profondamente dai nostri giudizi e a smettere di sentirci nel giusto, superiori.

Umiltà

Quello che voglio è svolgere compiti nobili e grandi, ma so che il mio primo dovere è svolgere compiti umili come se fossero nobili e grandi ( Helen Keller)

L’umità è l’attitudine di vivere facendo esperienza di tutto quello che c’è nel mondo con ammirazione. E’ il vedere noi stessi come una piccola parte in un cosmo più grande, abitato da persone e creature dalle quali possiamo imparare. Una persona dotata di umiltà riesce a vedere al di là del proprio punto di vista o interesse. riconosce che siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri e che ognuno ha un ruolo unico e a volte inaspettato da svolgere nella vita degli altri. L’umiltà sposta la nostra prospettiva da me a gli altri, e lo fa con gioia. L’umiltà ci consente di ammettere che siamo impauriti e vulnerabili e che non sempre vediamo le cose in modo corretto.

Quando crediamo di essere superiori alle persone intorno a noi perdiamo, come conseguenza, la capacità di ascoltare. E’ una grande perdita perchè abbiamo tanto da imparare gli uni dagli altri. c’è un detto tibetano  che paragona una persona orgogliosa a una tazza rovesciata che non lascia entrare nulla e non può quindi essere riempita.

Nelle arti marziali si insegna l’umità  attraverso abili mosse come ad esempio il mettersi nelle scarpe dell’altro. quando una persona attacca i contendenti si afferrano ai polsi e si muovono girando nella stessa direzione. La caratteristica positiva è che spinge i due avversari  in avanti in modo da trasformare l’energia negativa dell’avversario in energia positiva. Se applichiamo nella vita questa questo principio ci troveremo a camminare a fianco di un avversario sorpreso, nella sua stessa posizione, sperimentando il suo punto di vista.

Cos’è la felicità?

«La felicità non è una successione ininterrotta di piaceri. Non si può far dipendere la felicità da fattori esterni che si consumano e la rendono vulnerabile.

La felicità autentica è uno stato mentale che rende capaci di gestire gli stati emozionali di gioia e di dolore allo stesso modo. Come il fondo del mare che resta uguale anche se la superficie si increspa.

E’ un’abilità che richiede tempo, sforzo e lo sviluppo di qualità come l’amore incondizionato e l’altruismo. E la disintossicazione da invidia, orgoglio, desideri compulsivi e odio, che è la nostra frustrazione rispecchiata negli altri. Se quest’idea potesse essere estesa al mondo, ci sarebbe un mondo migliore.

Anzitutto occorre dedicare un po’ di tempo alla meditazione, per distaccarsi dai pensieri ossessivi e prendere familiarità con sentimenti positivi. Più questi occupano spazio dentro di noi, meno ne resta per quelli negativi. A questo punto le esperienze della vita saranno “lette” con più felicità. È provato che 20 minuti al giorno bastano a dare risultati tangibili in tre mesi. Meditando più a lungo si attiva anche un minor invecchiamento delle cellule. Facciamo tanto fitness per il corpo, perché non fare anche allenamento per la felicità?

La grande infelicità dell’Occidente è pensare che la felicità sia un patrimonio per l’individuo, di cui prendersi la parte più grande possibile, prima che lo facciano altri. Egocentrismo ed egoismo sono i nostri peggiori mali. Il consumismo e la dipendenza da agenti esterni sono conseguenze, ma è provato che non fanno che aumentare le reazioni negative nel cervello».

(Matthieu Ricard, biologo molecolare francese che trentotto anni fa, a 26 anni, si è buttato dietro le spalle un destino da scienziato all’Istituto Pasteur di Parigi per diventare un monaco buddista in Nepal, il portavoce del Dalai Lama e infine uno scienziato della felicità)

tratto da: http://www.sangye.it/dalailamanews/?p=2279

 

Spiritualità fai-da-te o antico lignaggio?

Il rischio dei nuovi ricercatori è oggi enorme. Si crede spesso che la spiritualità possa essere facile e senza impegno, preconfezionata e pronta all’uso, ecco allora che nascono come funghi, nuove tecniche, metodi o scuole, messe insieme appositamente per chi ha poco tempo, e che spesso creano l’illusione che sia possibile acquistare la propria crescita personale o spirituale così come oggi si può acquistare gran parte di ciò che si desidera.

Spesso si tratta di pratiche, o discipline, che con nuovi nomi, non fanno altro che riproporre  antiche e già sperimentate conoscenze, naturalmente rivisitate, camuffate o adattate all’uomo del nuovo millennio, solo per riuscire a vendere un prodotto, che oggi più che mai sembra alla moda.
Troppo spesso queste tecniche vengono messe a punto senza avere conoscenza approfondita della materia, o ancora peggio svuotate dei veri e grandi insegnamenti che contenevano così da divenire superficiali.
Riuscire a districarsi fra i vari sentieri religiosi e le varie scuole, in quella che è la giungla della nuova spiritualità, non è certo cosa semplice.

All’inizio è opportuno mettere a confronto molti sentieri e molti insegnanti, ma al momento giusto, quando cioè si trova il “vero insegnamento”, – e questo arriva sempre se lo si ricerca con discernimento, giusti intenti e chiarezza d’animo- , in quel momento la ricerca inquieta deve cessare.
In Oriente si dice che: “Si possono avere molti insegnanti all’inizio, ma solo un Guru e nessun altro insegnante in seguito; l’assetato non deve continuare a cercare pozzi, ma andare al pozzo migliore e bere ogni giorno il suo nettare“.

Troppo spesso ci si dimentica ciò che il grande Patanjali diceva:
La via spirituale non è mai stata facile: bisogna perseguirla per lungo tempo, senza interruzione e con amore“.
Nessuno è  in grado di darci o venderci “l’illuminazione”, anche se oggi  si sente di molti che ritengono di poterlo fare; quella è una faccenda che non può essere nè venduta nè ceduta.
La Realizzazione Spirituale la si può raggiungere solo tramite il proprio impegno personale ininterrotto di tutta una vita. Non dobbiamo pensare per questo che si tratti di una cosa complicata da raggiungere, ma poichè le stratificazioni mentali che abbiamo accumulato non ci permettono di comprenderne la semplicità, necessitiamo di un intenso e impegnativo lavoro di destrutturazione e l’aiuto di insegnanti spirituali validi che ci mostrino la via, molti dei quali non richiedono neppure moltissimo denaro per farlo!

Per questo occorre affidarsi a tradizioni vere, vive e ininterrotte, dove l’efficacia dei metodi insegnati sia dimostrabile dal livello di realizzazione raggiunto dalle generazioni precedenti di praticanti.
Queste tradizioni, si chiamano “lignaggio”, e sono quelle che trasmettono da migliaia di anni ininterrottamente, gli insegnamenti direttamente da maestro a discepolo, e che giungono ancora pure, intatte, e cariche della forza e delle benedizioni di tutti i maestri del passato fino ai giorni nostri.

In alternativa, si può sempre decidere di “fare da sé”, oppure scegliere di seguire “nuovi maestri” , oppure ancora si può tentare di mescolare diversi insegnamenti seguendo varie intuizioni personali.
E’ pure possibile che l’“esperienza di risveglio” sorga spontanea come evento a sè stante, ma va tenuto presente che  in questo caso la trasmissione ad altri difficilmente  sarà  possibile, in quanto si tratta di una esperienza puramente a carattere personale.
Il vantaggio di seguire una “Via con un lignaggio autentico” è invece quello di avere dei risultati prevedibili e riproducibili, la cui esperienza nonchè l’insegnamento può essere così di sicuro beneficio anche per altri.

E’ bene comunque rimanere sempre con una giusta apertura al riguardo, in quanto tutto può realmente sempre accadere, e metodi diversi sono adatti a persone diverse; l’importante è poter attuare delle scelte con il massimo discernimento possibile, perchè se consideriamo la durata media della vita umana… potremmo incappare in grosse illusioni o perdite di tempo!

Praticare l’opposto

Praticare l’opposto è un’abile manovra in grado di insinuarsi anche dietro agli schemi mentali più fortemente condizionati.

Già il grande saggio Patanjali parlava dell’utilità di distogliere talvolta lo sguardo dagli stati mentali difficili, afflittivi e di “abitare” negli stati mentali sani. In questi momenti di “immersione”   nell’amore, nella compassione, nella generosità, occorre non prestare attenzione agli ostacoli, non combatterli e non opporre resistenza. CIO’ A CUI SI RESISTE … PERSISTE! Anzichè respingere gli stati mentali caratterizzati da avidità, avversione, rabbia… semplicemente occorre  dare linfa ai loro opposti e gli ostacoli svaniranno spontaneamente.

Nuove ricerche nel campo delle neuroscienze confermano quanto diceva Patanjali, e hanno scoperto che il cervello subisce modifiche sostanziali in seguito a esperienze ripetute. Ciò significa che esperienze ripetute di stati di felicità gentilezza e compassione effettivamente modificano le strutture fisiche del cervello. Così come è vero anche il contrario, fissarsi su atteggiamenti negativi  e sugli ostacoli, non fa altro che rafforzarli. Solo attraverso la pratica ripetuta di stati mentali sereni e felici, si è in grado di atrofizzare gli stati mentali afflittivi e le emozioni negative.

Solo con  un training mentale costante  si è in grado di trasformare i propri pensieri, le proprie emozioni, e quindi la propria vita!